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Referendum: la vittoria (amara) dell’astensione. Ma qualcuno cerca di intestarsi anche quel che non gli spetta

Sette italiani su dieci non sono andati a votare. È questo il vero risultato del referendum, il solo dato che dovrebbe aprire un dibattito serio e profondo. Invece, come da copione, si cerca subito di mettere cappelli politici dove non ce ne sono. E in questo la sinistra che chiameremo “massimalista”, per distinguerla da quella più “progressista”, che ha voluto questi referendum, pur ammettendo la sconfitta referendaria, non ha resistito alla tentazione: si è subito intestata tutta quella minoranza che alle urne ci è andata.

Una narrazione comoda, ma discutibile. Perché tra quel 30% che ha votato ci sono sì elettori di sinistra, ma anche tanti altri che hanno deciso di partecipare per ragioni personali, di coscienza o per sensibilità su singole tematiche. Gente che magari vota tutt’altro, o non vota affatto, ma ha sentito il dovere civico di esprimersi su questioni come diritti dei lavoratori e integrazione sociale.

E proprio la sinistra aveva invitato esplicitamente tutti a votare, senza distinzioni ideologiche, con il nobile intento di difendere la partecipazione. Ma non si può ora tornare indietro e affermare che chi ha votato fosse “dalla propria parte”. Questo è un modo scorretto di appropriazione del voto altrui, che rischia di allontanare ancora di più i cittadini dalla politica attiva. Un’operazione retorica svelta e spregiudicata, che ignora volutamente la complessità dell’elettorato e mistifica la realtà.

La sinistra, con una certa onestà, ha riconosciuto che la scarsa affluenza più che una sconfitta è stato un disastro politico. Perché diciamolo: il 70% di astensione è un dato chiaro che testimonia quanto l’elettorato sia lontano dalle tematiche oggetto della consultazione popolare, dalla loro difficoltà di comprensione e dal fatto che tali tematiche non possono essere gestite con dei referendum.

La verità è che l’Italia non ha parlato. O meglio: ha scelto di non farlo.

Luciano Lucci

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