Non appena si sono affievoliti, con il sopraggiungere della notte, i giusti e grandi entusiasmi della enorme folla in Piazza San Pietro per la rapida elezione del nuovo Pontefice, qualcuno ha sottolineato il suo curioso cognome da comune cittadino di cittadinanza americana: Prevost. La mente corre, anzi scorre sulla pianura della provincia Granda e dei villaggi delle vallate cuneesi, oppure pensa ai borghi del Canavese. In quelle terre si parla ancora il vecchio piemontese di radici occitane e francesi. “Al Prevost” significa “il Parroco”. Un tempo e in certe comunità piccole ed isolate, era la seconda autorità locale dopo il Sindaco. La gente si sente confortata se può contare su un primo cittadino possibilmente scelto in libere elezioni e un “cura” che dalla Chiesa badi all’anima del suo piccolo gregge fiducioso. Nelle terre citate, più di un secolo fa si viveva di stenti e di una agricoltura capace di assicurare solo il minimo di sopravvivenza. I giovani senza prospettive o forse solo il duro lavoro della terra, si mettevano in spalla un fagotto, andavano fino a Genova, s’imbarcavano nelle stive del primo piroscafo in partenza per le Americhe del nord e del sud, attratti dalle luci di New York o dalle grandi prospettive di Buenos Aires. Forse un giovane con nome o soprannome “Prevost” partì un bel giorno. Negli Stati Uniti bisognava subire severi controlli in una specie di quarantena, ma alla fine si era ammessi e subito assunti nei più diversi lavori nel paese in frenetico sviluppo economico, affamato di manodopera. Per i nostri migranti si profilarono grandi sacrifici, ma il sogno americano, per quasi tutti si realizzò con la scalata sociale, favorita dalla volontà di lavorare, migliorarsi, studiare e apprendere la lingua locale. Gli attuali Prevost nella megalopoli di Chicago sono sicuramente borghesi benestanti di sicura fede cattolica. Dal trisnonno italiano si arriva al padre del nostro nuovo Papa, con mamma spagnola. Dunque, ma basta osservarlo, il nostro nuovo Pontefice è europeo di sangue, di aspetto e di modi, sebbene impeccabile americano nel suo stile. Fin da piccolo, non ostacolato dalla famiglia molto credente, si sentì evidentemente chiamato dal Signore per dedicarsi alla non facile vita del “preive”, altro vocabolo piemontese per dire prete. Nella scala santa della carriera ecclesiastica la salita è dura e richiede il totale sacrifico di sé stessi. Da Chicago il nostro Prevost ottenne di coronare il suo sogno di fare il missionario. Visse anni predicando Cristo e soccorrendo i bisognosi nel Perù, dove, specie le popolazioni andine discendenti dagli Incas fanno vita dura da sfruttati senza prospettive. Per la verità, convertire queste miti popolazioni, attratte dal mistico, non deve essere stato troppo gravoso. Il popolo di etnia incaica adora i riti, si abbandona alla fede, vede in Cristo e nella sua Santa Madre idoli di famiglia. A contatto con la loro civiltà precolombiana, la loro cultura, il loro linguaggio, il “Prevost”, pur venendo dal presuntuoso mondo di una aggressiva megalopoli americana, ha senza dubbio addolcito e rafforzato la sua fede. Gli indios andini parlano un castigliano pieno di diminutivi e vezzeggiativi. Per il “Prevost” deve essere stato commovente sentir chiamare Gesù Jesucito e Maria la Virgencita, poiché i veri fedeli sentono vicini la divinità e la santità, considerandoli componenti della famiglia da amare e vezzeggiare. Leone XIV nei suoi primi giorni di pontificato sta dimostrando di essere il degno sovrano dello Stato più piccolo del mondo, ma moralmente il più grande. Svolgerà le sue alte funzioni in un momento difficile per la Chiesa in un’Europa sbandata e scristianizzata, ma si è presentato alle masse dei fedeli smarriti come il “parroco” di tutti”. Il Prevost lotterà per la riapertura e il ritorno dei fedeli nelle chiese, mentre dall’altare di Pietro ci rassicura con una frase toccante: la pace sia con voi !
Umberto Mantaut
