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Mai più un Lager

A nord di Steyr, sottopassando la A1, nella luminosa mattina del 17 agosto 1993, mi dirigo a Mauthausen. Da anni siamo afflitti dalle descrizioni e dalle visioni filmate dei campi di sterminio nazisti. Le continue rievocazioni di tante atrocità possono provocare fenomeni di rifiuto e disgusto, paradossalmente non solo nei confronti degli inqualificabili carnefici, ma persino delle vittime, o quanto meno di chi sembra voler imporre a tutti i costi un perenne ricordo in coloro che desidererebbero e forse dovrebbero tentare di dimenticare l’incubo del secolo che sta per finire, con la sua scia di altre ideologie aberranti, foriere di altre guerre ritenute minori e nuovi orrori di cui si parla poco. Il villaggio di Mauthausen è un insignificante insieme di linde casette austriache lungo la via principale deserta. Se si chiedono informazioni, le donne non parlano stringendosi nello scialle e gli uomini rispondono di mala grazia, indicando una stradina che sale fra colli verdi e macchie di bosco. Ad un tratto appare un complesso di bassi edifici con evidenti segni di un restauro voluto appositamente per trasformare il sito in memorial e monito per le future generazioni.

Si entra in uno dei più biechi campi di concentramento nazisti. In questo luogo furono uccise nel modo più barbaro 154.000 persone su un totale di 179.000 reclusi. I tedeschi, orrendamente pignoli anche nelle loro azioni più riprovevoli, tenevano registri regolari, sicché è possibile scorrere l’infinito elenco di nomi e nazionalità delle vittime. Uomini, donne, bambini, sfruttati fino all’ultima energia in lavori disumani, utilizzati come cavie in esperimenti medici senza anestesia da parte di dottori infami traditori della loro missione, montagne di indumenti e capelli, denti d’oro, orripilanti paralumi prodotti con pelle di seni di donna, strappati ai prigionieri, denudati, trattati con getti d’acqua gelida, rivestiti di tuniche miserrime, marchiati a fuoco. Baracche in serie, prive di ogni comodità umana, fungevano da dormitorio per le vittime, nelle notti gelide dell’inverno austriaco. All’alba si teneva una regolare e feroce selezione. Le persone già in fin di vita per gli stenti e le malattie, ormai inutilizzabili per lo sfruttamento della manodopera, erano avviate nude in un sistema di finte docce. Dalle bocche, anziché acqua, usciva un gas tossico. Si moriva stipati come bestie fra quattro pareti di cemento ermeticamente chiuse. Si faceva uscire il gas, si apriva la spaventosa tomba comune ed altri prigionieri erano condannati a trasportare come sacchi di spazzatura i corpi inerti ai forni crematori, sempre in funzione con i loro alti camini che disperdevano nel cielo terso di Mauthausen i fumi delle pire. Non finiva qui. Le ceneri erano utilizzate come concime nei campi di patate, ultimo sfruttamento dell’uomo, considerato peggio degli animali, da parte di animali convinti d’essere la razza eletta degli uomini. Si dovrebbero per sempre odiare tutti i tedeschi, il loro maniacale rispetto dell’ordine, la cultura germanica, se non si sapesse che anche molti di loro furono vittime del regime hitleriano, se non si dovesse cristianamente perdonare, se si ricordassero un po’ meglio altri orrori di altri regimi ed altre guerre. In questo sperduto villaggio dell’Austria Superiore, perirono abbracciati nel terrore delle camere a gas migliaia di ebrei, zingari, omosessuali, prigionieri di guerra, oppositori di regime, anche italiani, tedeschi ed austriaci, questi ultimi a riscattare il loro paese, che oggi ha onta di Mauthausen, cerca di nasconderlo a chi transita distrattamente sulla bella autostrada Vienna-Salisburgo dietro una cortina di boschi cupi, per non rammentare la passività dimostrata di fronte alla prepotenza dell’Anschluss voluta da quel posseduto dal demonio di Hitler. Si riparte dopo la terrificante esperienza della visita del lager con un grave peso sul cuore e molti dubbi circa la presunzione che abbiamo di essere gli animali migliori creati da Dio in terra. Per più di un’ora si viaggia nella confortevole automobile in assoluto silenzio, finché si giunge alle porte della ridente Salisburgo, città natale di Mozart, capitale europea della musica.

                                                                                              Umberto Mantaut

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