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Ucraina

LA MIA UCRAINA – Nel fatale agosto 1991

Pubblichiamo l’esperienza del nostro Umberto Mantaut in Ucraina e dintorni, nel lontano 1991. Ci corre l’obbligo di precisare che da allora ad oggi la situazione è cambiata molto, specie nei paesi limitrofi all’Ucraina.

Alla frontiera di Cop i doganieri esaminano svogliatamente passaporti e visti concessi nel lontanissimo consolato dell’URSS a Roma. I tempi del sospetto e della cortina di ferro sembrano finiti. Le curiosità dei ragazzi di leva alla frontiera sono quelle di giovani moderni. Chissà che vengono a fare in Ucraina due italiani e una russa su un fuoristrada giapponese con targa nigeriana? Uno dei poliziotti azzarda domande imbarazzanti. Vedo che sei un “pripadavazil”, un insegnante, quanto guadagni ogni mese in Italia? Poi, sgrana gli occhi. Lui riceve centinaia di volte in meno. Quanti stipendi ti occorrono per comprare un’Opel Corsa che è l’auto dei miei sogni? Dopo la risposta, appare sconsolato e confessa che per lui si tratterebbe di un’intera vita di lavoro statale. Un altro ispeziona la macchina estasiato, solo per capire quanto consuma e come funziona lo straordinario impianto di climatizzazione. Alle spalle ci siamo lasciati un’Ungheria con i negozi pieni d’ogni ben di Dio. Budapest si è abbandonata ad un’orgia di consumismo. Ma l’Ucraina che fa? Pochi minuti oltre confine, siamo sulle salite dei Carpazi, monti antichissimi con i profili arrotondati da millenni d’erosione, ricoperti da folte foreste. C’è poco traffico, ma occorre stare molto attenti, poiché la carreggiata è pessima. Poi si scende verso la pianura di terra nera, un tempo granaio d’Europa, ora poco produttiva per gli errori del regime e inquinata gravemente dalle scorie radioattive sprigionatesi durante il disastro di Chernobil. Le mete del viaggio sono la città di Smolensk in Russia e Minsk, capitale della Bielorussia dove ci attendono cari amici. La via più breve passerebbe più ad est, via Kiev e Chernobil, ma è sconsigliata dagli stessi ucraini per non risolti problemi nella famigerata centrale atomica. Si viaggia più ad ovest nella Ucraina che si sente più europea occidentale e preferisce al russo le lingue polacca e tedesca.   Attraversato il fiume Dnester, si giunge a L’vov, nome ucraino dell’aristocratica Leopoli. La città è decaduta paurosamente, ma conserva tutta la sua composta dignità di centro culturale mitteleuropeo. Geograficamente e storicamente si allinea con altre città storiche del vecchio cuore europeo che pulsa ancora come nel petto di un vecchio saggio nelle antiche strade di Lipsia, Praga e Cracovia, capitali culturali vittime delle guerre e dei totalitarismi, ma non rassegnate a trasformarsi in dormitori di grigio cemento per proletari trasformati in schiavi di regime. Dietro le facciate bellissime dei palazzi di Leopoli, assegnati alla plebaglia dopo la cacciata o l’eliminazione fisica della nobiltà e della borghesia locali, s’indovinano ancora interni ottocenteschi con pretese d’eleganza, ma la gente nelle strade appare inquieta, melanconica e male in arnese. Intorno ai rari turisti si nota una certa frenesia. Alcuni trafficano con la valuta per un piccolo guadagno illecito con il cambio nero, altri curiosano intorno alle macchine estere facendo mille domande per capire come si vive in occidente, infine si notano accattoni che s’accaparrano persino le bottiglie di plastica vuote gettate nei cestini dei rifiuti. Gli anziani hanno un’aria sconsolata, i giovani sembrano involgariti e imitano i loro coetanei occidentali nelle peggiori manifestazioni di sciatteria, indossando falsi Gucci o Chanel di fabbricazione pachistana. Molti lavoratori trascurano in modo ostentato le loro attività statali per dedicarsi a secondi lavori in nero, sperando in nuove opportunità che al momento appaiono assai lontane. Nell’atrio degli alberghi di “lusso” aleggiano puzze d’urina e cipolle. I posti di ristoro sono chiusi per mancanza di cibarie, la benzina manca in molti distributori, ma in altri si può ottenere il rifornimento a borsa nera ad un prezzo quadruplo di quello ufficiale, corrispondente a 31 lire il litro. Telefonare costa due copechi, pari ad una lira italiana, però gli apparecchi non funzionano. Per un’interurbana bisogna andare presso i pochi centralini pubblici e attendere ore in uffici anni trenta con i vetri non lavati da mezzo secolo. Tutto ciò che è pubblica amministrazione è in preda alla più incredibile corruzione. Il centro storico di L’vov, adagiato fra dolci colline, offre alla vista un magnifico panorama caratterizzato da una distesa di tetti con le tegole di un caldo colore rosso. Fra i palazzi e le chiome degli alberi dei giardini s’innalzano le cupole verdi e i campanili delle belle chiese barocche, oggi chiuse e trascurate per volere delle autorità che impongono l’ateismo di stato. I musei e i teatri, al contrario, sono tirati al lucido, specie l’Operahàz dalla ricca facciata. Le periferie moderne di Leopoli hanno quello stile architettonico e urbanistico moscovita che fa sospettare la volontà dei progettisti di avvilire il popolo lavoratore costringendolo a vivere in quartieri e abitazioni di un grigiore alienante. Per fuggire dall’Ucraina il viaggio sulle strade dissestate è molto lungo e difficoltoso. Nelle regioni collinose ai confini con la Polonia e la Bielorussia si è costretti a continue deviazioni. Tuttavia, questi inconvenienti consentono di conoscere nuove località. Distanze, dimensioni e valori si alterano e le ore di viaggio scomodo che sembrano secoli allontanano sempre più le nostre realtà da quelle del blocco sovietico, una galassia aliena, povera, triste e sull’orlo del collasso. Finalmente si interseca la superstrada Warsavia-Mosca. Da bambino, quando si presentava un problema difficile, mia nonna diceva sempre:  “qui bisogna affrontare il Passo della Beresina”. In seguito compresi che si trattava di un momento critico della campagna napoleonica in Russia, ma per anni immaginai si trattasse di un passo montano, difficile da superare e passato alla storia con l’alone di leggenda delle Termopili e delle Forche Caudine, senza mai rendermi conto che rappresentava solo il guado di un fiume pigro e gelido in una pianura sconfinata.  Per la verità, le dimensioni impressionanti del territorio piatto della Russia fra Brest sul confine polacco e Mosca non sono percepite appieno da chi viaggia per ore sulla grande interstatale, perché l’orizzonte è sempre occupato da immensi boschi di betulle e conifere. Ogni tanto, i rettilinei interminabili attraversano tratti di campagna coltivata con trebbiatrici al lavoro, pascoli a perdita d’occhio con grandi mandrie e grosse città industriali da aggirare su lunghe circonvallazioni piene di camion dal fumo pestilenziale. Smolensk sorprende come “città santa”, le sue bellissime chiese ortodosse, riaperte dal regime vacillante anche per l’ateismo di stato, sono piene di splendori d’arte e di fedeli compunti. Minsk è una città è ariosa, moderna, con due milioni d’abitanti che dispongono di arterie animate, due linee di metrò, grosse industrie fumose e periferie sterminate. Al centro, la Prospettiva Lenin, nell’attesa di cambiare nome a furor di popolo, ostenta colossali edifici. Gli architetti di regime hanno dato esempio di cattivo gusto mescolando senz’ordine gli stili neoclassico, barocco e una specie di moderno mussoliniano. Nell’insieme c’è poco da vedere, se si esclude qualche strada del nucleo vecchio della città, nel quale un breve giro dei negozi conferma la generale penuria e la decadenza d’ogni forma di commercio. Impossibile, però, rimanere meno di quattro notti data l’accoglienza straordinaria degli amici. Ludmilla Likaciefskaia, apprezzata musicista presso il locale conservatorio, ci cede il suo appartamento nell’Uliza Rosa Luxemburg, blocco 102, in una zona di casermoni economico-popolari, squallidi come i nostri, ma con l’aggravante della mancanza totale di manutenzioni. La casa dell’artista è, tuttavia, accogliente fra strumenti musicali e molti libri. Gli altri amici bielorussi fanno a gara per farci apprezzare la città e dintorni, compreso un interessante ecomuseo di Bielorussia, simile ad un villaggio agricolo tipico del secolo passato con tutti i particolari etnografici e tecnologici. Per fortuna, per invitare tutti ad un pranzo di ringraziamento c’è il nuovo grande albergo Gostiniza Jubilainaia. A tavola siamo in dieci: Tania, Serghiej, Ludmilla, Xenia, Max, Vala, Slava, Inna, Igor ed io. Tante storie diverse: Slava, il più anziano, è l’ex-capo della polizia di Bielorussia, ma si è riciclato come direttore dell’Inturist. Tania è in cura per un tumore, regalo di Chernobil. Igor, laureato in filosofia, si autodefinisce un giovane senza futuro. Serghjei è storiografo, ma sostiene che la storia che si racconta in Russia è un quadro falso, sicché sta ritentando con la pedagogia, militando con molta prudenza fra i verdi. Banchettiamo assai bene, poiché gli alberghi internazionali sono riforniti di cibi, bevande, specialità e leccornie della cucina locale. Brindiamo più volte alla “perestrojka” finché le bottiglie di vodka rivelano la loro “glasnost”. Arriva il conto: 300 rubli, pari a 9.600 lire italiane, in dieci, compresi vini, liquori, gelati e caffé, con il migliore servizio di Stato, perché c’è Slava, il rispettato boss turistico della Russia Bianca. Una sera s’organizza una cena in casa di Inna. La riunione è affollata da amici, parenti e vicini. Le donne hanno preparato piatti tipici, sacrificando le scorte faticosamente raggranellate in ore di code nei negozi sforniti. Pasticcio di pesce, uova e funghi, insalate russe, caviale, cetrioli con panna acida, pane nero, burro, pane bianco e frutti di bosco. Un brivido corre lungo la schiena pensando alle scorie di stronzio radioattivo piovute sui terreni bielorussi dopo il disastro nucleare di Chernobil. Si afferma che impieghino ottanta anni per dimezzare il loro micidiale potere cancerogeno. Slava stappa la vodka e ben presto siamo fuori dei limiti alcolici consentiti per guidare. Bisogna cercare un volenteroso privato, disposto a fare la sua “sveltina” notturna, intesa come corsa abusiva di taxi. Troviamo un primario ospedaliero che arrotonda così il magro stipendio. La polizia chiude entrambi gli occhi, anche perché autobus e taxi ufficiali sono un ricordo d’altri tempi. Il giorno dopo, trovare fiori per ringraziare la padrona di casa è un’altra impresa ardua. Non essendoci l’essenziale, figuriamoci se si trova il superfluo. Nessuno pensa più alla futilità di un fiore. Eppure, sotto la pioggia in una desolante prospettiva di Minsk, ecco una vecchietta venuta dalla campagna per vendere tre gladioli rosa avvolti in un foglio della Pravda. La donna si ripara alla meglio sotto un ombrello lacero e chiede cinquanta copechi. Fingendo di non capire le metto in mano cinque rubli, ma lei si spaventa non avendo il resto ed ancor più vedendomi allontanare senza chiederglielo. La povera donna sembra disperarsi lanciando richiami e agitando l’ombrello, non può credere d’avere guadagnato il decuplo di quanto richiesto. In molti paesi del mondo, un povero statale italiano può provare l’ebbrezza di fingersi gran signore, elargendo mance principesche e dimenticando di ritirare il resto, ma in questo paese c’è da vergognarsi, perché per troppi anni non abbiamo osato contestare energicamente le balordaggini dei “compagni” nostrani, specie quand’erano sostenitori e complici delle peggiori mostruosità sovietiche. In un’altra località della Bielorussia, l’impiegata della reception di un albergo è in “pausa d’alimentazione”, chiamata da loro “menùpausa”, ma occorre attendere un’ora. Una multa per eccesso di velocità, dieci rubli, pari a 520 lire, è cancellata dando alla pattuglia una bottiglia di vino. La polizia stradale è gentile, lascia usare il suo telefono per prenotare gli hotel, ma nessuno conosce bene le distanze fra le città e molti danno informazioni errate che complicano il viaggio. Nell’URSS odierna è assai facile entrare, ma poi è arduo uscirne, come si può dire dei labirinti e delle galere. Durante la notte fra domenica 18 e lunedì 19 agosto 1991, lasciamo una Minsk addormentata e deserta per correre verso Brest sull’autostrada priva di traffico. Prima di partire, Inna con le lacrime agli occhi ci regala un pezzo di pane nero, l’unica cosa che può donare Si viaggia abbastanza veloci nel rispetto dei limiti, poiché le multe dei “gay”, così si chiama la polizia stradale locale, causano più noie che danni, nel senso che bisogna sottostare ad incredibili lungaggini burocratiche oppure corrompere, cosa che diverte all’inizio, ma poi avvilisce. Alla frontiera polacca si presentano incredibili file di veicoli. Ci dicono che l’attesa può durare da due a cinque giorni con obbligo di bivacco nelle auto per non perdere il turno. Sono cose inconcepibili per noi, ma russi e polacchi sembrano rassegnati e attendono con la pazienza accumulata con l’abitudine. Decidiamo ci tentare l’uscita da Cop, ottocento chilometri a sud, nuovamente attraverso l’Ucraina. Le negatività osservate e sofferte in tanti giorni ad un certo punto si sommano. Vengono un senso d’angoscia e la voglia di tornare a casa, lontani dallo sfacelo dell’URSS, identico in Ucraina, Bielorussia, Lituania, Lettonia e in tutti gli altri paesi satelliti dell’immenso impero sovietico. S’avverte l’ossessione d’essere limitati nelle libertà, come ospiti di passaggio nel cortile di un carcere le cui serrature possono scattare da un momento all’altro per volontà dell’ultimo imbecille al potere. Ore d’auto su strade pessime, segnaletica incerta, villaggi miserrimi, la campagna trascurata, città in disfacimento, penuria di benzina, assenza di locali dove trovare non un inesistente caffé ma un semplice bicchiere d’acqua fresca. Si aggiungano le urla sguaiate delle cassiere delle stazioni di servizio, la borsa nera dei carburanti, la corruzione a tutti i livelli che non migliora una situazione orribile e sporca l’immagine di popoli nobilissimi e si giunge ai risultati finali della stupida criminalità del comunismo. Baranovici, Kobrin, Ratno, Koval, Vladimir Volynski, Nesteroy, L’vov, Nikolaev, Stryj, Mukacevo, un rosario di città che in Italia nessuno ha mai nominato. Milioni di esseri umani che hanno sgobbato a vuoto credendo in idiozie, ora sono stremati, delusi, increduli, incattiviti, invidiosi e svuotati fra case decadenti, macchinari pieni di ruggine, panetterie vuote, denaro senza valore e valori morali e materiali da riscoprire. A Cop la fila è lunga ma accettabile. I doganieri sembrano impazziti e danno ordini concitati. Uno di loro più gentile ci riconosce come quelli dell’andata, ma è nervosissimo, ringhia un ordine “questi falli passare alla svelta” e mentre ci apre tutti i bagagli aggiunge, non sapete ciò che è successo? Infine, senza spiegare nulla, dà il via dietro un autobus ungherese, ma anche il doganiere magiaro, dopo il ponte sul fiume Tissa, sembra alterato, fa storie per la valuta e ci fa passare velocemente. La prima città è Nyiregyhàza. All’hotel crolliamo addormentati. All’alba del 20 agosto, la radio dell’auto annuncia affannosamente in tutte le lingue europee che a Mosca è in atto da ore un colpo di stato e l’intero impero sovietico s’avvia al caos. Decidiamo di rientrare a Roma in una sola tirata.

                                                                       Umberto Mantaut

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