San Francesco ammansiva i lupi e predicava agli uccelli, dunque da sempre l’Italia è fortunata dal punto di vista faunistico. Oggi quasi ogni casa ha il suo animaletto domestico amato e trattato come un figlio, spesso meglio, o comunque come un membro importante della famiglia. Naturalmente a qualcuno la cosa non piace. La critica spesso stupida è un esercizio di lingua per i troppi che non sanno tenerla a freno. Si dice che sarebbe meglio facilitare al massimo le adozioni di “cuccioli” umani. Al fenomeno allarmante delle culle vuote si sostituirebbe quello dei lettini pieni e, fra 20 anni, avremmo una generazione di gagliardi italiani veri, poiché i piccini di ogni etnia e colore, se adottati e amati, sono da subito nostri nuovi connazionali di ottime potenzialità. Per capirlo basta osservare lo spettacolo che stiamo dando di vecchiaie penose, sofferenti, senza speranze, mentre il paese ha bisogno di energie nuove e sane. Tuttavia, una buona idea come al solito non può avere seguito. Siamo stolti, crudeli e carnivori. La specie forse peggiore comparsa sulla Terra. Milioni di miti animali attendono per fornirci i loro prodotti e le loro vite. Grandi allevamenti di bovini da carne e da latte, pecore per lana, carne e latte, galline ovaiole, pulcini che in meno di otto settimane di alimentazione forzata si trasformano in dorati polli allo spiedo. Uccidiamo suini, tacchini, conigli, quaglie, cavalli. Abbiamo svuotato i mari. Per questa silenziosa strage non un lacrimuccia, ma se qualcuno spara a un’orsa inferocita che ha sbranato un turista imprudente, allora si aprono le dighe dei lacrimoni degli animalisti. Facciamo allora una gita a Capalbio. La scelta non è casuale. Si tratta di una delle località più famose della Toscana. E’ uno dei borghi più belli d’Italia frequentato da una elite che lo ha trasformato in località esclusiva. All’ora di pranzo, nei vicoli del meraviglioso borgo aleggia lo stuzzicante profumo di pietanze a base di cinghiale. L’animale si moltiplica nella macchia maremmana e nei boschi a monte di questo paradiso. Nessuno critica la sana caccia che serve a ridimensionare i branchi e a rifornire le esperte cucine toscane. Chi assaggia le tagliatelle al ragù di cinghiale, gli straordinari spezzatini, gli insaccati del pregiato animale, porta un ottimo ricordo della esperienza. Quando si torna a Roma qualcuno si fa delle domande. Si dice, e certamente può essere vero, che un buon terzo della popolazione non arrivi a fine mese, sicché per diversi giorni fa la fame nera e se la prende con le amministrazioni. I municipi, specie quelli più infestati dai cinghiali e dai loro appetitosi cuccioli, potrebbero allestire macellerie e cucine all’aperto per fruire di tanta abbondanza di carne pregiata. Dopo tre giorni tutti si lamenterebbero perché la selvaggina è piacevole ogni tanto, ma non come alimento base. Un po’ ci sta pensando la ineffabile Commissione Europea, autorizzando di soppiatto l’uso delle farine di insetti, che finiscono nei biscotti, nella pasta e nel pane, tanto per cominciare senza far gridare all’orrore il popolo dei pizzettari. Tuttavia bisogna pensare alle proteine che abbiamo sempre assunto con le carni. Specie fra i morti di fame va di moda amare ed ammirare l’amica Cina, per la quale avremmo anche riaperto la via della seta per importare di tutto a buon mercato. La culinaria cinese è fra le più ricche al mondo. Le massaie ai mercati non comprano mai carni “morte”, vogliono giustamente vedere viva la vittima per avere sicurezza di freschezza. Per esempio, si sceglie uno di quei grassi sorci, lo si fa ammazzare sul posto, scuoiare, sventrare, pulire a fondo, battere e speziare come si fa da noi per il pollo alla diavola, meno proteico con gli stessi tempi di cottura sulla brace. Se qualcuno si scandalizza, si sappia che in Indonesia si mangiano i cani. Il turista che a Roma prova i rigatoni alla pajata mica si domanda cosa ci sia in quei gustosi budellini di vitello. Quanto alle lumache si riesce a ingoiarle solo se se le chiamiamo “escargot”. Torniamo ai raffinati amanti della Cina. Verdi colline, acque limpide, grotte meravigliose e rocce bizzarre. Così nel Guangxi sintetizzano la situazione e tra le stranezze di questi luoghi ameni con i loro amabili popoli s’annovera senza dubbio la cucina. Nelle fattorie s’allevano cani e gatti da macello il cui spezzatino è molto apprezzato. Rane, lumache e tartarughe come si sa anche da noi sono prelibate. I serpenti entrano strisciando in vari menù o galleggiano nelle bottiglie di grappa di riso, venduta a caro prezzo per le sue virtù corroboranti. S’arrostiscono formichieri e salamandre. Se una famiglia d’etnia Zhuang propone una cena è meglio declinare l’invito con la scusa che si è già ospiti presso amici Han, quelli dell’anatra laccata. Infatti, presso gli Zhuang ci si preoccupa di deliziare gli invitati con il bocconcino prelibato della locale culinaria casereccia. Il piatto si chiama “ il topino dalle tre grida”. Si tratta di roditori da latte con non più di sette giorni di vita. Il primo grido lo emettono al momento dell’ estrazione dalla tana, il secondo quando sono tuffati nella salsa piccante e, infine, c’è il gridolino soffocato del topino masticato vivo dall’invitato, lusingato e assiso al posto d’onore nella capanna. Non si è capito bene come si dice buon appetito nel dialetto zhuang, ma sembra che la dieta variata della regione abbia effetti positivi sulla popolazione. Qui la parola magica è “longevità” e sembra che si possa scrivere in cento modi diversi.
Umberto Mantaut
